Lo psicologo che aiuta i bambini siriani a superare i traumi della guerra

http://www.internazionale.it/video/2015/10/30/siria-bambini-psicologo

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Mohammad Abo Hilal è uno psichiatra e un rifugiato siriano, è stato incarcerato e torturato dal regime di Bashar al Assad quando viveva in Siria. Dopo esser stato scarcerato, è fuggito con la moglie e i tre figli in Giordania, dove ha aperto tre centri di sostegno psicologico per i figli dei profughi siriani. Le violenze della guerra generano gravi difficoltà psicologiche nei ragazzi, che si ripercuoteranno nel futuro della società.

Abo Hilal ha creato Futuro luminoso, un’organizzazione che aiuta i bambini a superare i traumi generati dal conflitto. Lo psichiatra usa le tecniche dell’arte come terapia e della visualizzazione creativa. Il video del New York Times.

Da Internazionale

Nuove convenzioni – ottobre 2015

Di seguito trovate informazioni inerenti le convenzioni stipulate nel mese di ottobre 2015.

 

  • La Dott.ssa Dalida Panseri

aderisce al Protocollo d’Intesa stipulato tra AssoMedico e il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi.

In base al quale le tariffe delle Prestazioni erogate a favore dei soci di AssoMedico – in servizio o in congedo – ed ai loro familiari, sono così determinate:

– primo incontro gratuito

– per le prestazioni successive uno sconto del 20% sulla tariffa applicata dal Professionista

 

  • La Dott.ssa Dalida Panseri

aderisce al Protocollo d’Intesa stipulato tra Protocollo d’intesa FISDE-ENEL (Fondo Integrativo Sanitario per i Dipendenti del Gruppo ENEL) e il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi.

In base al quale le tariffe delle Prestazioni erogate a favore dei soci del FISDE sono così determinate:

– primo incontro gratuito

– per le prestazioni successive uno sconto del 20% sulla tariffa applicata dal Professionista

 

  •  La Dott.ssa Dalida Panseri

aderisce al Protocollo d’Intesa stipulato tra il Corpo Forestale dello Stato – Ispettorato Generale

e il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi.

In base al quale le tariffe delle Prestazioni erogate a favore dei dipendenti del Corpo Forestale dello Stato – in servizio o in congedo – ed ai loro familiari, sono così determinate:

– primo incontro gratuito

– per le prestazioni successive uno sconto del 20% sulla tariffa applicata dal Professionista

 

 

Per maggiori informazioni riguardanti le tre convenzioni, in allegato i protocolli d’intesa tra il Consiglio Nazionale degli Ordini degli Psicologi e le varie associazioni.

ProtocolloAssomedico

protocolloFISDE

protocollo_CFS

 

Traumi vissuti da tutti

Come le esperienze difficili alterano risposte emotive e favoriscono dipendenze fisiche ed affettive. 

Il concetto di ACEs (e di AEs)

Si tratta di una sigla che sta per Adverse Childhood Experiences, ovvero “esperienze avverse durante l’infanzia” (ma come vedremo più avanti è possibile estendere il concetto anche a fasi successive della vita). Un termine coniato da Felitti e Anda per includere diverse situazioni “forti” che possono avvenire durante le fasi di sviluppo come abusi fisici, emotivi e sessuali; deprivazioni fisiche ed emotive; avere i genitori tossicomani, mentalmente instabili, incarcerati; separazione o divorzio dei genitori; assistere a violenze domestiche, ecc.

La prima cosa sorprendente che emerge dalla ricerca di Felitti e Anda è che più del 65% della popolazione ha avuto almeno un ACE durante la propria infanzia. Circa il 12,5% (ovvero una persona su otto) ne ha avuti quattro o più.

La seconda rilevazione interessante è che, a parità di altre condizioni, il numero di ACEs vissuti è direttamenteproporzionale al rischio di sviluppare malattie mentali e fisiche. Per fare qualche esempio: una persona che ha vissuto quattro o più ACEs corre il rischio di sviluppare epatite 2,5 volte più facilmente di una persona con ACEs zero, 3,5 volte il rischio di sviluppare tumore ai polmoni o un’ischemia al cuore. Questi numeri salgono ancora rispetto al rischio di svilupparedepressione cinque volte più facilmente e di suicidarsi dodici volte maggiore rispetto ad individui che non hanno vissuto ACEs.

La lettura a valore aggiunto

Qualcuno potrebbe banalizzare i dati appena visti dicendo che “sono solo correlazioni statistiche”. Ma quando le percentuali sono alte i numeri hanno sempre un senso, dipende dalla qualità della lettura scientifica. Oggi, per fortuna, le scienze che studiano i fenomeni di connessione tra fenomeni mentali, emotivi e fisici sono molto avanzate. Anche le scienze che studiano losviluppo del sistema nervoso e del corpo rispetto agli stimoli esterni (ambientali e relazionali) hanno fatto grandi passi in avanti.

Rileggendo i dati sugli ACEs alla luce di queste conoscenze scientifiche ed altre importanti discipline (come i più recenti sviluppo dell’evoluzionismo, l’etologia, la neurobiologia interpersonale, ecc.) è possibile chiarire il quadro in modo molto efficace e con spunti veramente interessanti.

Vivere un ACE durante l’infanzia modifica letteralmente lo sviluppo delle strutture e delle funzioni di tutto il nostro organismo. Tra poco ne vedremo alcune. Altre le abbiamo già analizzate nel precedente articolo.

Un fenomeno che riguarda (quasi) tutti

Quando si parla di ACEs sembra che ci si riferisca solo a bambini estremamente sfortunati, a casi estremi. Spesso questo è vero, purtroppo, soprattutto quando gli ACEs sono più di quattro. Questi bambini hanno diritto a tutta la nostra comprensione e a tutti gli sforzi possibili per aiutarli. Vorrei, tuttavia, portare la vostra attenzione sull’estremo opposto. Quanti di voi possono dire di non aver vissuto nemmeno un ACE nella vita? Una grave incomprensione connotata da un forte senso di ingiustizia che è durata per qualche settimana o mese, un atto di bullismo che all’epoca è passato inosservato, genitori o altre figure di riferimento che erano imprevedibili nelle loro reazioni o che vi sgridavano senza voler capire che cosa era successo veramente… Con la giusta intensità e durata possono essere tutti stati ACEs. Anche se sono successi quando eravamoadolescenti o adulti. In questi casi magari la modificazione strutturale ai nostri organi sarà stata minore, perché erano ormai sviluppati, ma ci può essere stata comunque in misura ridotta. Sicuramente potremo riscontrare un’alterazione funzionale.

Si parla di Adverse Childhood Experiences, ma sarebbe opportuno parlare di Adverse Experiences (AEs) per tutte le età, utilizzando il termine Childhood per sottolineare la maggior gravità di quando avvengono durante l’infanzia.

Vediamo ora altre implicazioni (oltre a quelle già viste nel precedente articolo), focalizzandoci in particolare sulle risposte emotive e i loro correlati in termini di capacità di valutazionecontrollo e dipendenza.

Seguiranno nei prossimi giorni altri articoli dedicati al rapporto tra cervello e sistema immunitario e alle implicazioni a livellocorporeo, cognitivo, di memoria, di umore e personalità.

Emozioni, Valutazione, Sicurezza e Recupero

Per quanto riguarda le emozioni sono molti i livelli a cui forti stresstraumi o deprivazioni possono portaremodificazioni.

La corteccia cingolata anteriore (ACC) altera la sua capacità di mandare segnali precisi al lobo frontale. Queste comunicazioni imprecise a livello neurologico portano a valutazioni e interpretazioni involontariescorrette rispetto al mondo che ci circonda. Queste valutazioni non appropriate possono innescare, di conseguenza, emozioni non adeguate alla situazione di partenza. Per questo motivo, al fine di ripristinare un processo corretto, sarà fondamentale esercitareinizialmente una valutazione volontaria accurata degli stimoli iniziali al sorgere di ogni nuova emozione. Inoltre sarà utile regolare e riportare in fisiologia il funzionamento di ACC attraverso attività di neuro-modulazione come meditazione, mindfulness, regolazione del respiro, utilizzo di stimoli sensoriali come musica e luce, attività psico-motoria controllata complessa (dalla psico-motricità all’apprendimento di nuove abilità manuali).

L’amigdala è responsabile di diverse attività relative alle emozioni. Tra queste l’identificazione di stimoli pericolosi per la nostra sopravvivenza e il collegamento tra ricordi ed emozioni. A seguito di ACEs l’amigdala rimane iperattivataricercando e identificando pericoli ritenuti vitali ovunque, anche quando non lo sono. Questo porta ad uno snervante stato di allerta continuo e alla rivalutazione indiretta (e scorretta nei suoi fondamenti) di non poter affrontare un mondo così, dove ci saranno sempre più pericoli delle risorse a disposizione per affrontarli. Allo scopo di ristabilire un corretto funzionamentopuò essere utile un lavoro cognitivo di rivalutazione, ma è anche necessario agire a monte sul processo percettivo, sullariduzione degli stimoli in ingresso (anche il semplice overload di informazioni mentali, apparentemente innocue), la creazione e sperimentazione di nuove situazioni di sicurezza e padronanza (ad esempio attraverso un processo di Rimodulazione dei diversi livelli di attivazione e della coerenza tra situazione-reazione-funzione-evoluzione, quello che facciamo nella Fase 6 del Protocollo per le Emozioni), meglio se con una forte componente fisica soggettiva, la possibilità di identificare almeno una figura – anche solo parziale e  contestualizzata – in cui riporre fiducia.

Quando siamo di fronte a un pericolo si attiva l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. Quando questo succede perché siamo di fronte a un reale pericolo, ad esempio una macchina che sta per investirci, il funzionamento di questo asse ci salva la vita. Dalla percezione del pericolo queste ghiandole si passano in pochi millisecondi il messaggio e il risultato è l’attivazione del nostro corpo per combattere o scappare. Con il cuore che batte forte e il respiro aumentato possiamo avere le energie e i riflessi per salvarci la vita. Se questo succede ogni tanto, come accade in natura per tutti i mammiferi dotati di questo meccanismo, il suo funzionamento è ottimale e il nostro organismo ha dei tempi di recupero adeguati per riprendersi da questa iperattivazione. Se invece questo stress si ripete spesso, quotidianamente, il corpo rimane per un lungo periodo in condizioni non fisiologiche, alterando gli organi e il loro funzionamento, tarando i parametri ottimali di neurotrasmettitori, ormoni e altri elementi vitali di regolazione. Per i bambini questo ha un significato ulteriori, visto che queste strutture e funzioni sono ancora in fase di sviluppo. Oltre ad ogni sforzo per evitare certi stress ed eventi traumatici diventa quindi fondamentale mettere la mente e il corpo in grado di avere tempi di recupero adeguati. Abbiamo sviluppato il concetto diBuffer Emotivo per sottolineare l’importanza di questo concetto: il buffer è una sorta di filtro che evita sovraccarichi, così come mancanze prolungate, in entrata. È quello che fa il sifone messo prima di una caldaia, evitando che la pressione dell’acqua sia troppo forte e la danneggi, ma anche permettendo di avere una riserva quando l’acqua viene a mancare. L’abbandono totale dei muscoli (soprattutto quelli posturali e quelli legati alle protezione dai pericoli) e la stimolazionesensoriale naturale (ad esempio con la luce naturale e senza focalizzare lo sguardo in un punto fisso) sono due tra i fattori di efficacia dei momenti di buffer emotivo.

Controllo, dipendenza fisica ed emotiva

A livello del sistema nervoso è dimostrato che viene alterato il Nucleus Accumbens, ilcentro del piacere e delle ricompense che è direttamente collegato con la tendenza a dipendere da sostanze. Il NA ha un ruolo centrale nel mediare l’effetto gratificantedell’alcol o di altre sostanze e un suo malfunzionamento porta a cercare “scorciatoie” esterne per provare il senso di gratifica. Si tratta di un meccanismo complesso, ma qui possiamo isolare due concetti importanti per le possibilità di recupero che questo sistema prevede.

Il primo si basa sul meccanismo indiretto dopaminergico, che prevede che sia più stimolante l’aspettativa della gratificazione per mobilitare il rilascio di dopamina che non la fruizione della gratificazione stessa. Per questo sarà fondamentale lavoraresull’aspettativa, la sua mentalizzazione, la modulazione dell’attesa e l’equilibrio attivo-passivo nella gratificazione.

Il secondo elemento importante riguarda la naturale produzione di oppiodi interni che le cure materne, in particolare ilcontatto fisico di carezze affettuose e abbracci rassicuranti, sono in grado di mobilitare. In questo modo il sistema “impara”trovare gratificazioni e conforto nella relazione, nel contatto e nella fisicità in generale. Inoltre si regola su oscillazioni fisiologiche che permettono di tollerare un po’ di frustrazione, aspettare confidenti nella fine della fatica emotiva e/o ad attivarsi per trovare modalità per aver sollievo in modi costruttivi da soli o con gli altri. Se questa fase di sviluppo è mancata èfondamentale poterne rivivere le caratteristiche centrali in modo esperienziale, così da poter apprendere a livello profondo e non solo comprendere in modo cognitivo.

Queste nuove modalità possono essere sviluppate in diversi modi: nella relazione terapeutica, attraverso attività digratificazione corporea, utilizzando in modo costruttivo la dimensione relazionale presente, agendo su tutti i 3 fattori alla base da creazione o cambiamento di comportamenti e abitudini, trasformando il piacere esterno in qualcosa di attivo e con alimenti o bevande senza effetti collaterali, con attività in cui c’è un ritmo gratificante e l’attesa è a sua volta piacevole, come in certi sport o attività produttive o artistiche.

Articolo a cura di Fabio Sinibaldi e Sara Achilli

Articolo originale pubblicato sul sito di Real Way of life visibile a questo indirizzo: http://www.realwayoflife.com/2015/09/30/i-traumi-di-tutti-come-le-esperienze-avverse-alterano-risposte-emotive-sicurezza-valutazione-e-favoriscono-dipendenze-fisiche-ed-affettive/

Riflessioni sulle relazioni di coppia..

Uscire dalla dipendenza affettiva

Ci aggrappiamo ad una storia alimentandoci del rifiuto, negando noi stesse, imprigionate nell’assurda convinzione di farsi amare da chi non vuole sapere di noi.

Diventiamo “drogate” di relazioni tossiche, dipendenti affettivamente, nonostante ci facciano stare male e aggiungano solo dolore alla nostra vita.

Adele H. è un film del regista Francois Truffaut tratto dai diari della figlia di Victor Hugo. Una storia d’amore, come recita il sottotitolo. Racconta del sentimento travolgente di questa giovane donna per un uomo del tutto indifferente a lei. Che la porterà ad umiliarsi, sottomettersi, perdersi progressivamente.

La vita della geniale scultrice francese Camille Claudel, allieva e amante per oltre quindici anni del grande Auguste Rodin, ci ripropone un amore appassionato, burrascoso e logorante che la porterà a morire in manicomio dopo un terribile internamento durato trenta anni.
Sono due storie di passione intensa, totalizzante, ossessiva. Viaggi nella sofferenza femminile alla ricerca disperata di affetto dove desiderio e follia si combinano pericolosamente. Ci sono anche tante storie comuni che, per certi versi, somigliano a queste. Che poggiano su sentimenti intensi, tormentosi, ambivalenti, distruttivi. Che fanno soffrire. Che vengono identificate come “amore”. 

È vero: l’amore ci rende sempre dipendenti. È il bello di questa esperienza travolgente e straordinaria. Diventiamo un po’ esagerati e morbosi, perché senza l’altro non possiamo stare, non sopravviviamo, ci manca qualcosa. Entriamo l’uno nell’altro, ci riempiamo, ci facciamo sommergere. A volte ci incastriamo. Del resto avere un legame significa “essere legato” a qualcuno. Quando siamo strappati da rapporti importanti, inevitabilmente soffriamo. In questo senso siamo sempre dipendenti nell’amore. 
Sono proprio i legami a definire chi siamo. Solo attraverso le dipendenze più forti diamo un senso a noi stessi, ci strutturiamo. Dalle prime esperienze precoci con le figure significative che si prendono cura di noi, in genere la madre, sperimentiamo un modello di attaccamento che tendiamo a ripercorrere nelle relazioni intime adulte. È attraverso una soddisfacente e felice dipendenza precoce che possiamo diventare, crescendo, autonomi e saper ricreare una “dipendenza libera” con un partner, che non ci minacci nel profondo. 
Ma spesso le cose si complicano. Non siamo mai così privi di difese, come nel momento in cui amiamo rifletteva Freud, perché nell’amore mettiamo le parti più fragili di noi. Che possono non essere abbastanza organizzate e quindi renderci estremamente vulnerabili, alla ricerca disperata di un riconoscimento affettivo, di un amore incondizionato, quello che non abbiamo mai avuto. Tentiamo di saldare crediti emotivi che appartengono ad esperienze che affondano nel passato. Qualcuno non ci ha amato abbastanza, ci ha detto che non valiamo, che dobbiamo fare di tutto per meritarci l’affetto. Abbandono, rifiuto, svalutazione, li abbiamo già conosciuti. 

E allora ci tormentiamo nell’illusione di poter cambiare le cose e la persona. Siamo portate a subire e sopportare inutilmente per troppo tempo. Ci aggrappiamo ad una storia alimentandoci del rifiuto, negando noi stesse, imprigionate nell’assurda convinzione di farsi amare da chi non vuole sapere di noi, non può o non è in grado. Da chi ha difficoltà, problemi, disagi eppure noi crediamo di salvare. Da chi è irraggiungibile ma noi vogliamo avvicinare. Oppure saltiamo da una relazione all’altra senza realizzare mai un vero “incontro”. Diventiamo “drogate” di relazioni tossiche, dipendenti affettivamente, nonostante ci facciano stare male e aggiungano solo dolore alla nostra vita. Affondiamo in una condizione di disperazione, paura, incertezza dalla quale non riusciamo a sottrarci, pur riconoscendola insoddisfacente: non possiamo farne a meno. Un amore autodistruttivo. Love addiction è il termine inglese che identifica questa condizione. 

Certo, il mito dell’amore romantico, tanto caro alla nostra cultura, non ci aiuta. Perché propone rapporti distruttivi e annullanti, come relazioni da sogno. Propina “leggi” falsificate sull’amore. Che la ricerca dell’amore è alla base della felicità, ad esempio, che il sentimento è per sempre e sopra tutto, che esiste una persona precisa per noi che può completarci, che se resistiamo e ci impegniamo allora l’altro cambierà, che per amore si sopporta. Mito a sfavore soprattutto delle donne, chiamate sempre in causa per sostenere, capire, reggere. Aggravato da archetipi femminili svantaggiosi, come i primi modelli femminili propinati alle bambine, le principesse, che devono essere solo belle, aspettare di essere scelte e amare incondizionatamente il loro principe. 
Il cammino per sottrarsi ad un destino sentimentale che ci sembra avverso è un percorso interiore nelle paure, assenze, mancanze. Per scoprire energie vitali di cui siamo sempre provviste, anche se non sembra. Disdire l’abbonamento a quell’idea di fragilità di noi stesse, di non poter stare sole, di non essere nessuno senza il partner. Mettere da parte l’altra persona nella riflessione e prendere consapevolezza del nostro modo di porci e delle cose che ripetiamo nei nostri rapporti. Cerchiamo di vedere la nostra dipendenza come un aspetto che può essere cambiato. E prendiamo tempo per riconoscere le persone che ci trattano bene e ci fanno sentire amate. Bisogna fare un lavoro attivo su noi stesse per imparare a stare da sole e scoprire modi liberi di vivere le relazioni, non per completarci o salvarci ma espanderci, dare di più a noi stesse.

(Tratto da Repubblica 2015)

Nella pratica clinica, tutto questo è una realtà purtroppo molto diffusa. Tante relazioni sentimentali assumono caratteristiche diverse di dipendenza,ma quasi tutte presentano tratti di fatica, chiusura, privazione e sofferenza.

Quando un partner decide di fermarsi e valutare seriamente la condizione in cui si trova, quando è disponibile a dare un nome, oggettivare, riflettere  inizia un percorso introspettivo che può portare ad una situazione di cambiamento e di serenità. Sono percorsi di crescita che ho potuto vedere e condividere con grande soddisfazione! Coraggio! dr.ssa Dalida Panseri

“Non dobbiamo provare tutto per capire che è dannoso!”

INSIEME E’ MEGLIO!

Gruppo di sostegno psicologico alla dieta

Hai cambiato tante diete e sei stanco di non avere ancora risolto il problema? L’effetto yo-yo delle diete ti fa sentire frustrato e ti ha fatto perdere la speranza di ottenere qualche risultato?  Il cibo ed il peso sono diventati la tua preoccupazione quotidiana? Hai fatto una dieta ed hai ottenuto buoni risultati, ma ora temi di non riuscire a mantenere il peso raggiunto?

Se hai risposto Sì ad almeno una domanda il gruppo potrebbe esserti utile!

Le difficoltà di gestione dell’alimentazione e del peso corporeo non sono generalmente dovute ad una mancanza di conoscenza sulle caratteristiche dell’alimentazione sana. Spesso siamo, in realtà, ben consapevoli di cosa, come e quanto dovremmo mangiare e diamo la colpa degli insuccessi delle diete ad una scarsa motivazione, ma è scorretto credere che tutto dipenda dalla forza di volontà.

L’intervento psicologico è volto ad aiutare le persone a capire perché si mangia troppo e quali sono le cause che determinano il sovrappeso.

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Partecipare ad un gruppo di sostegno psicologico può portare diversi benefici:

acquisire una maggiore consapevolezza del proprio comportamento alimentare,
aumentare la fiducia in se stessi e nelle proprie potenzialità,
acquisire nuove strategie per gestire in modo funzionale la propria alimentazione.

5 incontri a cadenza settimanale, ecco le date dei prossimi gruppi di sostegno psicologico

GRUPPO A – Da Martedì 5 Maggio 2015 dalle 12:45 alle 14:00
GRUPPO B – Da Mercoledì 13 Maggio 2015 dalle 18:15 alle 19:30

Il prezzo totale dei 5 incontri è di €uro 70,00

Per coloro che vogliono partecipare ai gruppi è previsto un incontro preliminare individuale.

Il corso si svolgerà presso lo Studio di Psicologia Cognitiva ad Alzano Lombardo, via Provinciale 25.

Modalità d’iscrizione L’iscrizione può avvenire telefonicamente al numero: 3470456208, mandando

una mail all’indirizzo: dalidapanseri@virgilio.it

Il coraggio delle emozioni

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Nel mese di marzo 2015 il mio studio di Psicologia Cognitiva inizierà una collaborazione con l’Associazione Il canto della Terra al fine di promuovere un ciclo d’incontri  rivolti a chi desidera esplorare più a fondo se stesso/a e il proprio mondo interno.

Verrà costituito un piccolo gruppo capace di favorire  un contesto di affidabilità  protezione e sostegno, per indagare alcune tematiche personali.

Il gruppo è una esperienza che dà energia,  dove la regola fondamentale è la mancanza di giudizio dell’altro e si lavora su ciò che accade nel presente: lo scambio tra i partecipanti , guidati dalla psicoterapeuta, avviene tramite la parola e il racconto della propria esperienza , ma anche per mezzo del corpo attraverso pratiche di mindfulness, che verranno proposte nella parte iniziale di ogni incontro.

Con la mindfulness, pratica  che utilizza semplici tecniche e movimenti  corporei, si struttura un laboratorio in cui creiamo delle condizioni di osservazione straordinaria, quindi si considera la propria esperienza nel momento presente, qualsiasi essa sia, senza intervenire e senza decidere. .e così emergerà parte della nostra esperienza, delle nostre aspettative , del nostro volere e del nostro rifiutare.

Gruppo di crescita personale    IL CORAGGIO DELLE EMOZIONI

Condotto dalla dott.ssa Dalida Panseri

Psicologa e psicoterapeuta di indirizzo cognitivista                                                                                                                                                                Studio di psicologia cognitiva in Alzano Lombardo via Provinciale 25

Calendario degli incontri:

martedì 24 marzo e martedì 28 aprile dalle 2015 alle 2215

sabato 11 e 18 aprile dalle 1415 alle 1615

DOVE: C/O Sede associazione Il canto della Terra via Ripa  64 Alzano Lombardo

Quota di partecipazione: iscrizione 20 euro, al primo incontro saldo 100 euro

Per informazioni: Associazione Il canto della Terra Sig.Marina 339-1425499
info@ilcantodellaterra.org

Studio di psicologia cognitiva dott.ssa Panseri Dalida  347-0456208

dalidapanseri@virgilio.it

Guarire dal disturbo di panico

In seguito al corso di formazione “Il trattamento cognitivo-comportamentale del disturbo di panico e gli interventi di terza generazione” del maggio 2012 condotto dal Dott.Spagnulo , divulgatore di opere scientifiche e psicoeducazionali, vi propongo alcune considerazioni per avvicinarsi a questa tecnica terapeutica, basata su prove scientifiche di efficacia.

Non sono eccessivamente interessata ad una presentazione teorica di questo problema ..ma giusto per intenderci  posso riproporre alcune definizioni:

L’attacco di panico è la sensazione della paura di aver paura, la paura di morire, la paura di impazzire,

l’attacco di panico è una reazione fisica dovuta a un’errata interpretazione di una situazione che viene percepita come pericolosa (ansiogena, che crea ansia) anche se in realtà non è tale, e un attacco di panico inizia improvvisamente e in poco tempo raggiunge l’apice .

Il timore che episodi di panico si ripresentino spinge le persone ad evitare luoghi in cui si sono precedentemente manifestati i sintomi, per il timore che questi ricompaiano, e spesso si evitano spostamenti ritenuti “pericolosi” in quanto si ritiene con maggiore probabilità che creino ansia. In altri casi si sceglie di farsi accompagnare nelle uscite,  da un accompagnatore, per garantirsi una maggiore sensazione di sicurezza.

Nel trattamento del disturbo di panico la Terapia Cognitivo Comportamentale ha dimostrato scientificamente la propria efficacia, paziente e terapeuta collaborano nel lavoro di comprensione del disturbo e nel progettare cosa fare per uscire dal problema.

Alcune dritte:

-chi soffre di attacchi di panico è convinto che il suo problema  consista nell’aver paura di alcune situazioni (ad esempio l’ascensore, l’autostrada ,galleria, folla, uno spazio troppo aperto o troppo chiuso..) e che se questa paura andasse via, sarebbe guarito! Invece questo pensiero è proprio sbagliato..

Guarire dal disturbo di panico vuol dire imparare ad accettare le proprie paure, apprendere a non considerarle una catastrofe e apprendere ad avere ansia. E’ così anche per altri stati emotivi  fondamentali come la rabbia..come si può rifiutare categoricamente l’idea di arrabbiarsi? Finisce che la persona interessata aumenterà la rabbia con sé stessa e con il mondo intero… quindi è molto meglio che la persona apprenda a tollerare la sua rabbia e debba apprendere come gestirla  meglio di quanto ha fatto fino a quel momento….

Così per l’ansia accade che una cattiva gestione dell’ansia comporti un aumento esponenziale fino ad arrivare al panico!

Per tentare di superare il problema in modo completo e duraturo occorre perseguire questi tre obiettivi di lavoro terapeutico:

1-apprendere a capire le proprie paure, i loro significati al fine di superare gli ostacoli impliciti,

2-apprendere a calmarsi in qualsiasi situazione e ovunque,

3-diventare protagonisti della propria vita, senza rinunciare a nessun comportamento o azione che limiti le proprie possibilità di benessere .

Benvenuti sul Blog di Studio di psicoterapia cognitiva di Panseri Dalida

Siamo online con il nostro Blog Psicologo BergamoStudio di psicoterapia cognitiva di Panseri Dalida dedicato ai nostri clienti fedeli e a tutti coloro che navigando entreranno in contatto con noi.

Aprire un blog interamente dedicato alla nostra azienda, rappresenta l’inizio di una nuova avventura, nella quale mettere a disposizione tutte le nostre conoscenze ma soprattutto ci offre l’opportunità di raggiungere chi non ci conosce, chi può trovare nella nostra realtà un interessante novità da scoprire.

Il nostro obiettivo è quello di raccontare il meglio della nostra azienda, offrire maggiori informazioni sui nostri servizi e rispondere ai commenti e alle richieste degli utenti web. Non esitate quindi a contattarci o richiedere approfondimenti, cercheremo di soddisfare al meglio e in tempi brevi le vostre richieste.

Scorrendo fra le pagine del nostro sito, troverete informazioni utili sulla nostra attività, le immagini della nostra location e gli indirizzi utili per raggiungerci via email, telefono o in sede.

Tutto lo staff di Studio di psicoterapia cognitiva di Panseri Dalida vi augura quindi una buona lettura